Book Now
 
Arezzo e d'intorni

Arezzo, città dal fascino senza tempo, è un luogo che riesce sempre a stupire: le numerose tracce delle diverse culture che qui si sono avvicendate, degli artisti e degli architetti famosi che qui hanno vissuto e lavorato, sono parte integrante del suo tessuto urbanistico. Allo stesso tempo, è proprio questa mancanza di vistosa stravaganza che la rende una delle città più accattivanti della Toscana. Senza dubbi, è un luogo che ha molto da offrire, basti pensare alla Fortezza Medicea, all'Anfiteatro Romano, ai resti di origine etrusca che lo popolano ed al contributo culturale di molti artisti, poeti ed artigiani. 
Gli abitanti di Arezzo vivono la loro città; il centro storico non è solo il luogo frequentato durante le occasioni speciali o celebrato per i suoi monumenti e per la sua importanza artistico-culturale. I negozi, i ristoranti, gli artigiani ed i commercianti più storici sono, da sempre, al servizio del pubblico, per cui nonostante possiate trovare numerosi locali con esposti menù in inglese, francese e tedesco, così come molti negozianti che parlano più di una lingua. Dopo aver trascorso un pò di tempo in uno dei tanti bar o dei negozi, ed aver ascoltato il suono lirico della lingua italiana senza alcuna interruzione straniera...
Una strada romana per Arezzo
Non è necessario conoscere la cronologia degli eventi per apprezzare gli edifici, le chiese ed i monumenti di Arezzo, i primi a stabilizzarsi qui ed a lasciarne traccia sono stati gli Etruschi. Fu proprio questo popolo a dar alla Toscana il suo nome (i romani, infatti, usavano chiamare gli Etruschi Tusci), oltre al Mar Tirreno (dalla parola greca Tyrrhēni). Questa cultura, che è rimasta molto inesplorata, è - allo stesso tempo - molto famosa e conosciuta per il loro linguaggio unico, il loro talento artistico nella lavorazione del bronzo, del ferro e della ceramica, la loro architettura e la complessa struttura politico-economica. La mostra allestita presso il Museo Archeologico della città vi aiuterà senza dubbio a capire e comprendere la loro civiltà e la loro cultura, così come quella dei Romani che presero il loro posto.
Il museo è inserito in un contesto molto ben organizzato, che rende il complesso facile da visitare. I Romani, che conquistarono la popolazione etrusca, costruirono le loro città sopra quelle esistenti, riutilizzando molti edifici precedentemente realizzati ed utilizzandone i concetti architettonici e ovviamente apportarono i loro contributi distintivi - l'ultimo dei quali è l'Anfiteatro Romano (che si suppone abbia accolto circa 13.000 persone). Oltre a questo, vi sono molti altri segni visibili (ed attualmente in uso), come la Via Cassia, che aprì le porte della città al commercio romano innalzandola ad una posizione di forza e benessere economico, fino a quando i Romani non prolungarono la strada fino a Firenze, che sostituì Arezzo nell'importanza economica acquisita, spingendola verso un inesorabile declino.
Sebbene la parte romana della città di Arezzo fu distrutta in parte dalla Guerra Gotica e dall'invasione dei Longobardi, la città acquisì una certa importanza durante l'epoca medievale, caratterizzata dalle numerose torri e dai contributi architettonici del periodo - ma tutto questo terminò quando Arezzo decise di dichiarar guerra a Firenze invece di lasciarle vivere un transitorio periodo di dominio pacifico. Dal tardo XIII° secolo, dopo la battaglia di Campaldino nel Casentino, Arezzo lottò con tutte le sue forze per non esser cancellata dalle mappe, fino a quando non si arrese a Firenze. Cosimo I, con tutta probabilità colui che maggiormente contribuì allo smantellamento finale dei resti romani, costruì la Fortezza che ancora oggi domina il colle. Di qui in avanti, la storia di Arezzo segue una quasi interminabile successione di sconfitte e conquiste straniere, fino a quando non è riuscita a ristabilirsi all'interno del contesto territoriale, acquisendo importanza come centro culturale toscano che oggi dà vita ad alcuni eventi tra i più rinomati della zona, come la rievocazione storica della medievale Giostra del Saraceno, un contesto polimusicale, una delle più grandi ed importanti Fiere dell'Antiquariato della Toscana e molte, molte altre iniziative artistiche, culturali, teatrali e musicali.

Vi è una vivace atmosfera di ristoranti, bar e locali all'aperto durante i mesi più caldi, situati principalmente lungo le pittoresche stradine in pietra del centro, che invitano sia turisti che abitanti a sedersi, rilassarsi e godersi semplicemente la tranquilla atmosfera che vi si respira, ammirando le antiche torri, gli edifici ed i negozietti tipici, un irresistibile richiamo a rovistare e ficcare il naso un pò in giro in attesa della prossima fiera dell'antiquariato. I piccoli locali che si susseguono uno dopo l'altro in Piazza Grande espongono con orgoglio le proprie salette esterne sotto la Loggia del Vasari, e le botteghe con i loro soffitti a volta sembrano catapultare i presenti in una dimensione d'altri tempi, in un luogo dove sedersi e guardare il tempo che scorre.

Anghiari è uno splendido borgo medioevale situato tra i fiumi Tevere ed Arno. Bastione inviolabile grazie alle potenti mura duecentesche, ha costituito un notevole punto di riferimento per tante vicende storiche tenendo alta la bandiera della toscanità in una terra di confine ed equilibri molto delicati. Il 29 Giugno 1440, la celebre Battaglia di Anghiari, affrescata da Leonardo Da Vinci in Palazzo Vecchio, riaffermò l'egemonia fiorentina sulla Toscana. 
Lo scorrere del tempo ha lasciato segni importanti nelle chiese e nei palazzi del centro storico, sviluppando un disegno urbanistico molto suggestivo, raccolto lungo la ripida "ruga" che attraversa il paese rendendolo unico ed inconfondibile. Le sue piazzette e vicoli stretti ospitano botteghe antiquarie e laboratori di restauro del mobile; i musei e le chiese conservano capolavori di pittura e di scultura; ad ogni angolo scorci panoramici e prospettive mozzafiato. Anghiari, attorniato da pievi e castelli, gode del meraviglioso scenario dell'Alta Valle del Tevere, anfiteatro naturale denso di spiritualità francescana. 
Il paese è da visitare tutto l'anno grazie alla sua vitalità culturale. Fiere ed esposizioni si accompagnano a mostre e feste popolari. L'attività teatrale è fervente come quella della conservazione e della diffusione delle tradizioni storiche e folcloristiche. Il tutto condito dalla superba gastronomia locale e dal calore degli anghiaresi.
L'antico castrum di Anghiari è un borgo fortificato che domina l'intera Valtiberina. 
Il nucleo originario dell'abitato risale all' XI secolo quando i monaci Camaldolesi, in gran parte fautori dello sviluppo economico ed artistico del luogo, contribuirono a dare forma al paese. Il possente monastero di S. Bartolomeo, trasformato dai Perugini in edificio difensivo (Cassero) per le sue caratteristiche, è la prima costruzione di Anghiari sorta insieme alla Chiesa della Badia, luogo di culto cristiano. La cinta muraria si presenta quasi intatta, corrispondente alla costruzione avvenuta tra il XII e il XIII secolo, e si apre all'esterno attraverso tre porte: Sant'Angelo, San Martino e Fiorentina. Sulla cerchia di mura si innestano elementi caratterizzanti del paese: l'abside della Chiesa di Sant'Agostino ed il Bastione del Vicario. L'antica piazza del Borghetto, attuale Piazza Mameli, è crocevia obbligato per chi si avventura tra i vicoli del Borgo e testimoni della sua storia artistica sono i due principali Musei che qui hanno sede: Palazzo del Marzocco e Palazzo Taglieschi. L'espansione del centro storico avvenne nel XIV secolo, quando la nobile famiglia dei Tarlati fece costruire il lungo stradone che conduce a Sansepolcro e la Loggia con le fonti, sotto l'attuale piazza del Mercatale, oggi Piazza Baldaccio, a sua volta ampliata. Al di fuori del circuito delle mura è interessante visitare, oltrepassata la Galleria Girolamo Magi, l'ampio complesso settecentesco di Palazzo Corsi, fatto costruire da Benedetto Corsi tra il 1777 e il 1794: ne fanno parte il Palazzo, oggi sede della Biblioteca ed Archivio Comunale, la Cappella votiva  e  il Teatro.

La Battaglia di Anghiari
La Battaglia di Anghiari fu combattuta il Mercoledì 29 Giugno dell'anno 1440, sotto le mura del paese, tra i Fiorentini e i Milanesi. I fiorentini risultarono i vincitori. La battaglia viene così ironicamente ricordata dal Machiavelli: "Ed in tanta rotta e in si lunga zuffa che durò dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì che un uomo, il quale non di ferite ne d'altro virtuoso colpo, ma caduto da cavallo e calpesto spirò". Ma, ricorda Piero Bargellini che se il bilancio guerresco risultava così modesto, non altrettanto scarso fu il bilancio politico della Battaglia d'Anghiari; infatti, il Machiavelli sottolinea, questa volta con maggior senso storico, che "…la vittoria fu molto più utile per la Toscana che dannosa per il duca (di Milano), perché se i Fiorentini perdevano la giornata, la Toscana era sua; e perdendo quello, non perdè altro che le armi e i cavalli del suo esercito, i quali con non molti danari si possono ricuperare". La battaglia sarebbe stata sicuramente dimenticata dalla storia se i Magistrati di Firenze, per decorare le sale di Palazzo Vecchio con pitture che ricordassero le principali imprese della Repubblica, non avessero affidato a Leonardo da Vinci, il compito di dipingerla. Una volta elaborati i cartoni, fu tradotta in parete la parte mediana, cioè il combattimento intorno alla bandiera. Danneggiato da un artificioso processo di essiccamento, il dipinto, incompiuto, andò distrutto per far posto alle decorazioni del Vasari. I celebri disegni di Leonardo che, come afferma il Cellini, furono la "scuola del mondo", sono andati perduti e ne rimane testimonianza attraverso quelli, fra gli altri, di Rubens, oggi al Louvre di Parigi. Ogni anno, nel giorno del 29 Giugno, si svolga ad Anghiari il Palio della Vittoria, l'evento che celebra la Battaglia di Anghiari e la vittoria di Firenze. Ad Anghiari vi è l'unico museo che celebra la Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci assieme alla storia di questo paese in Toscana.

Sansepolcro
Posta ai piedi dell’ultimo tratto dell’Appennino toscano, Sansepolcro domina la Vatiberina che si apre in un vasto anfiteatro montano e collinare, delimitato dall’Alpe della Luna, dalla Massa Trabaria, dalle colline della vicina Umbria e dai monti dell’Aretino e dell’Alpe di Catenaia. La tradizione attribuisce a Sansepolcro un’origine mitica per opera di due Santi pellegrini, Arcano ed Egidio che, di ritorno dalla Terra Santa, si fermarono in questa valle dove, per segno divino, decisero di restare e costruire una piccola cappella per custodire le Sacre Reliquie. Intorno a questo primo oratorio si sviluppò un’antica abbazia benedettina oggi cattedrale dedicata a San Giovanni e tutt’intorno il Borgo che fu detto, proprio per questa origine, del Santo Sepolcro. Negli antichi annali del Comune gli storici chiamarono Borgo Sansepolcro “novella Gerusalemme”. L’origine mitica non esclude una presenza dell’uomo in epoca precedente ma sarebbero proprio le popolazioni insediatesi in questa parte dell’Alta Valle del Tevere e probabilmente disperse in piccoli nuclei rurali durante la guerra greco-gotica (VI sec.) e la penetrazione longobarda (VI-VII sec.) a trovare nell’abbazia un polo attorno al quale aggregarsi. Sul mito delle origini si hanno testimonianze già a partire dal 1266 ma è Francesco Largi cancelliere comunale nel 1418 a narrare la storia dei pellegrini Egidio e Arcano. La ricostruzione del passato della città è profondamente legata anche al maestoso fiume che l’attraversa, restituendo il nome di Valtiberina a tutta la valle che lo circonda. La zona è sempre stata un vivace centro commerciale per la sua caratteristica di terra di confine oggi incrocio tra quattro regioni al centro esatto dell’Italia.
Verso la metà del XIV secolo, Sansepolcro visse sotto la dominazione dei Visconti, Signori di Milano, per poi passare, e rimanervi 60 anni, nel 1371 sotto il potere dei Malatesta di Rimini. Il devastante terremoto subito nell'anno 1352 rende molto complicato ricostruire lo sviluppo urbanistico del periodo antecedente questa data. Nel 1441, dopo il passaggio dai domini della Chiesa a quelli di Firenze, al tempo di Cosimo I De’ Medici, Sansepolcro ebbe il suo impianto architettonico definitivo, con il rafforzamento della fortezza, delle mura e con la demolizione dei borghi esterni e la costruzione dei monumentali palazzi nobiliari che caratterizzano ancora oggi i più bei scorci cittadini. Il centro storico di Sansepolcro è un vero e proprio “museo diffuso”, un insieme di grandi e piccole opere d'arte, che nel loro insieme e nella loro armonia lo rendono una realtà speciale. La città, difesa da una massiccia cinta muraria e dalla Fortezza del Sangallo presenta al suo interno l'impianto e le caratteristiche di una cittadina tardo medievale con arterie viarie importanti costellate di palazzi gentilizi, chiese e vicoli stretti ricchi di fascino.
Sono proprio le chiese di Sansepolcro e i suoi palazzi che meglio rappresentano l'idea di un museo a cielo aperto racchiudendo al loro interno un notevole patrimonio artistico tramandatoci nei secoli. Una delle caratteristiche più interessanti di questo centro storico, studiato dagli urbanisti di tutto il mondo, è che i monumenti, le chiese e i conventi non si configurano mai come edifici isolati ma sono sempre allineamenti.
La pianta dell’antico Borgo San Sepolcro è infatti ritenuta eccezionalmente bella per la regolarità del suo sviluppo, con rettangoli intersecati da linee quasi parallele e angoli retti. E’ in pratica una croce di assi primari, lungo i quali si concentrano le tante case-torri, sembra ve ne fossero 24, che hanno fatto spesso da sfondo nei quadri di Piero della Francesca. Questa struttura originaria si è evoluta nei secoli, con la diffusione delle residenze aristocratiche, anche lungo le strade trasversali con un risultato attuale raggiunto nell’800 che rivela una perfetta integrazione ed alternarsi delle residenze signorili a quelle delle classi medie e popolari, concorrendo a determinare un’ immagine di omogeneità generale. La Via Maestra, oggi Via XX Settembre, che ha un andamento sinuoso, è l’asse originario centrale, il più antico, e collega Porta Romana a Porta Fiorentina per una lunghezza di circa un chilometro.
Il Palio della Balestra, la Società Balestrieri di Sansepolcro è un antico sodalizio che trova le sue origini nel Rinascimento toscano e che ha saputo continuare, nonostante il trascorrere del tempo, ininterrottamente dal XV° secolo, il  Palio della Balestra, una disputa eccezionale,  in cui si sfidano i balestrieri della città di Sansepolcro contro i balestrieri, rivali da sempre, della città di Gubbio. La manifestazione rappresenta uno dei più interessanti eventi culturali di Sansepolcro che nell'occasione si fa palcoscenico rinascimentale nel panorama delle rievocazioni storiche nazionali. La gara di tiro con la balestra fra Sansepolcro e Gubbio è documentata storicamente fin dal 1594, ci sono però altre fonti storiche attendibili, a conferma che tale disputa aveva avuto luogo anche precedentemente. Un documento del 1619, attesta che i balestrieri di Sansepolcro invitano quelli di Gubbio, secondo una consuetudine senz'altro anteriore, al palio di S.Egidio. "Molti Ill.mi SS.ri oss.mi Veniamo con questa a pregar caldamente le SS.VV. che restino servite di venire questo S.Egidio, giorno primo di Settembre, alla nostra allegra festa per tirar secondo il nostro solito con le balestre al palio; al quale potranno tirare conforme al loro solito tiro e come più piaccia a loro. Anche istantemente le preghiamo, poiché maggior gloria riporta il vincitore quando con homini esperi et famosi viene a cimentarsi". La storica disputa si svolge nell'affascinante scenario della Piazza Torre di Berta circondata da palazzi rinascimentali. Per tradizione, l'araldo legge al mattino il bando di sfida ai rivali eugubini. Nel pomeriggio, dopo la benedizione delle armi, i balestrieri delle due città entrano in piazza, accompagnati dal rullo dei tamburi e dal suono delle chiarine, mentre gli sbandieratori lanciano in aria le Bandiere con i colori degli antichi quartieri. I tiratori delle due città, in costumi rinascimentali, si alternano sui banchi di tiro. In un'atmosfera magica che rievoca le antiche giostre, la piazza aspetta in silenzio il rumore dei colpi secchi delle frecce che si conficcano nel corniolo (bersaglio di forma tronco-conica posto a 36 metri di distanza). Il premio per il vincitore del palio in origine consisteva nella consegna di un panno di lana (dal  latino "pallium”). Oggi un artista ogni anno diverso scelto dalla Società Balestrieri di Sansepolcro realizza il trofeo che resterà nella sede del vincitore.

Caprese Michelangelo,
nel nome stesso del paese, porta il ricordo del celebre Michelangelo Buonarroti, che qui nacque il 6 marzo del 1475. Il territorio è costituto da una vallata verdeggiante, dominata dalla mole boscosa dell'Alpe di Catenaia, chiamata dai capresani Alpe della Faggeta o, semplicemente, Faggeto, e coronata sulla cima dalla vasta e riposante distesa erbosa dei Prati della Regina. Da questa montagna scendono torrenti e ruscelli limpidissimi.
Per la sua bellezza serena e appartata, lontana dai clamori del mondo, questa valle è anche stata definita “La piccola valle di Dio”. Al suo centro si trova il castello di Caprese, testimone della lunga storia del luogo: secondo una leggenda, Totila, il barbaro re degli Ostrogoti sarebbe qui sepolto, con il suo favoloso tesoro.Caprese Michelangelo non è accentrato in un unico nucleo ma la popolazione vive sparsa in vari piccoli paesi e gruppi di case, come in un presepe. Qua e là si trovano borghi caratteristici, antiche costruzioni in pietra e centri di fede e spiritualità sparsi nei boschi o nei prati, come l'Eremo della Casella, il Santuario della Selva, l'Abbazia di Tifi e la Pieve di San Cassiano. Due sono comunque le note dominanti: il verde dei prati e dei boschi e il mormorio dei torrenti.
Innumerevoli gli itinerari che si possono fare in mezzo alla natura, sia a piedi che in mountain bike.Nonostante il territorio non sia grandissimo (66 kmq. in tutto), Caprese Michelangelo è dotato di numerose attività ricettive ed è altresì rinomata per le sue attività di ristorazione, nelle quali si servono specialità a base di funghi e tartufi.
Dove nacque il sommo artista
L'abitato storico di Caprese si è sviluppato intorno alla Rocca, la cui presenza è attestata già nell' VIII secolo, quando apparteneva ai Longobardi. Il fortilizio iniziò ad essere realizzato sulla cima più elevata del colle (corte alta) per svilupparsi poi in un sottostante grande recinto e, successivamente, in una corte bassa (l'attuale entrata del castello). Mentre l'abitazione del signore era collocata nella corte alta, nella quale sono ancora esistenti i resti di una magnifica sala, nella corte bassa erano le abitazioni della gente comune e la chiesa. Di questa chiesa si intravede ancora la traccia della volta, sul muro sopra la fonte immediatamente a destra della porta di ingresso.
Tra il 1323 e il 1324 la Rocca di Caprese venne assediata da Guido Tarlati, il vescovo guerriero signore di Arezzo, e, per quanto imprendibile, alla fine si dovette arrendere per fame. A seguito delle distruzioni operate dal vescovo, tra la fine del Trecento e l'inizio del Quattrocento, allorché Caprese passò sotto il dominio di Firenze (1386) la cinta muraria venne restaurata e fu eretto, all'inteno delle mura, il Palazzo del Podestà dove, nel 1475, nascerà Michelangelo. Il padre di Michelangelo, Ludovico di Buonarroto Simoni, era uno dei podestà che, ogni sei mesi, la Repubblica di Firenze inviava a Caprese. Nei secoli successivi la Rocca perse di importanza e subì crolli e danneggiamenti.  
Nel 1875, con il rinvenimento dell'atto di nascita di Michelangelo a Caprese, venne fondato, all'interno dell'antico Palazzo del Podestà e quindi casa natale dell'Artista, il Museo Michelangiolesco. Agli inizi degli anni Sessanta venne poi restaurata la Rocca, nella parte della corte alta e del recinto all'aperto, e l'intera area destinata a Museo. Questo conserva oggi numerosi pregevoli calchi delle opere dello scultore presentate anche con un interessante percorso per bambini: i “Prigioni” realizzati per la tomba di papa Giulio II, la Madonna di Bruges, il Cristo della Minerva, il Bacco, ecc.. A partire dagli anni 70 del '900 il Museo ha ospitato una serie di eventi legati all'arte contemporanea che hanno generato un piccolo nucleo dedicato alla scultura del XX secolo, nel quale compaiono nomi di illustri artisti quali Greco, Fazzini, Vivarelli. Negli ultimi anni, poi, grazie alla donazione di Enrico Guidoni, la sezione contemporanea del Museo si è ulteriormente allargata arrivando a comprendere più di 150 opere di medio e piccolo formato in diversi materiali (bronzo, marmo, gesso, cera) di artisti di spicco del panorama italiano. 



Close